30 novembre 2017

Spagna contro Catalogna, una crisi europea

In Spagna è in corso una “rivoluzione pacifica” che dovrebbe portare a staccarsi la Catalogna: la regione più ricca e internazionalmente riconosciuta del Paese, rompendo l’unità del Regno e diventando Repubblica catalana.

 

Il tentativo è stato momentaneamente sedato dal Governo centrale di Madrid commissariando la Catalogna e disperdendo i leader “sediziosi”. La questione, però, resta una ferita aperta nel cuore dell’Europa: il 21 dicembre con le elezioni se ne aprirà un altro capitolo ma forse non chiuderà del tutto una partita che è vitale per la nazione (il 25% delle esportazioni spagnole è catalano, così come il 20% del PIL) ma anche per il resto del mondo.

Negli ultimi anni sono tornate a galla questioni che sembravano sepolte nei “laboratori della storia” e che tornano, invece, di attualità. Oggi più che mai conoscere il passato è la chiave per comprendere molti aspetti di cronaca sia politici che economici.

Le prime avvisaglie di questo processo alla storia si erano avute con il referendum scozzese del 2014, scoppiate poi con la Brexit del 2016. Oltre alla disgregazione progressiva dell’Unione Europea, potremmo con la Catalogna vedere aprirsi una nuova fase: assistere, cioè, anche all’erosione degli Stati.

Il fermento è tutt’ora vivo anche in Irlanda, nel Belgio fiammingo, in Baviera, dove si parla di un 32% di cittadini favorevoli all’indipendenza: è questo un caso di forte identità territoriale con tendenze monarchiche e in netto contrasto con gli equilibri che si stanno formando a Berlino.

Due casi vicini a noi sono la Corsica (si vota a dicembre con una forte coalizione indipendentista che potrebbe vincere) e la Sardegna che, nella visione storica, ha una zona (l’algherese) che sarebbe sotto il dominio catalano, così come zone dei Pirenei (ora francesi) e l’Andorra.

 

Ma cosa ha fatto scattare la miccia della Catalogna?

Vi è una dissonanza troppo forte tra l’idea di Catalogna dei suoi abitanti e la realtà istituzionale: questa dissonanza, nel tempo, si è andata caricando di passioni e nevrosi, acuite dalle reazioni “pugno duro” del governo centrale.

Perché la Catalogna non è solo un caso interno

La Catalogna è molto famosa nel mondo: in molte manifestazioni sindacali e a livello globale (Italia ma anche Sud America e Asia), si è assistito allo sventolare della bandiera catalana, assurta a simbolo di rivolta condivisa. La grande maggioranza delle simpatie italiane vanno ai catalani rispetto a Madrid, forse anche a causa dell’immagine passata sui media in cui Madrid faceva caricare dalla polizia le folle di civili inermi.

Altro elemento che ha acuito il tutto è la grande importanza data dai catalani alla propria lingua (nonostante in Catalogna, l’odiato castigliano prevalga nettamente, nella diffusione, rispetto al catalano, grazie anche alla forte componente di immigrati) e al recente passato armato della Catalogna anti-franchista che è rimasto latente sotto le ceneri.

Nelle scuole catalane, inoltre, si insegna una pedagogia apertamente anti-spagnola e questo elemento culturale ha influito molto: non è un caso che molti indipendentisti siano sorprendentemente (e in questo il caso catalano si differenzia da quello inglese) giovani.

Un altro aspetto culturale con un peso notevole è il coinvolgimento del club di calcio del Barca, famosissimo in tutti il mondo, il cui ex allenatore Guardiola ha firmato un documento pro indipendentismo e ad ogni partita al minuto 17.14 di ogni tempo si leva il grido “Indipendencia”: nel 1714 i Borboni conquistarono Barcellona e quest’evento storico è rimasto impresso nella psiche dei catalani, come un’onta da vendicare.

La Catalogna è Europa

La Catalogna è un’entità essenziale allo sviluppo di partnership commerciali spagnole ma è -spesso si tende a dimenticarlo- parte della Nato. Se dovesse rendersi indipendente, una parte consistente della Spagna, uscirebbe anche dall’alleanza atlantica.

Una parola decisiva sulla disputa è venuta dagli USA: i lobbisti della Catalogna che hanno costituito delle vere e proprie “ambasciate” dello stato catalano compresi gli Stati Uniti hanno viste chiuse diverse sedi e lo stesso Trump, sotto influenza di Pentagono e CIA, ha formalmente dichiarato che la Spagna deve restare unita. Lo stesso Presidente USA ha ricevuto Rajoy e lo ha incoraggiato.

 

È possibile che il voto non cambi molto lo scenario: Puigdemont e i suoi hanno cercato di trattare fino all’ultimo con il sostegno sottobanco dei baschi. Non è servito a molto perché ha prevalso la linea dura, commettendo un gravissimo errore di comunicazione: hanno prima presentato il tutto come una “carnevalata”, per poi trattarla come una rivoluzione, mandando contro la polizia e commissariando la Catalogna.

Nella fazione indipendentista convivono forze molto eterogenee, di estrema sinistra, il partito democratico catalano europeo, il partito popolare europeista di Rajoy e diverse altre.

La Catalogna non è una questione economica (su quel lato ci “perdono tutti”), ma identitaria. Vi è anche una percentuale che vorrebbe l’indipendenza ma non lo esprime per paura delle conseguenze all’atto pratico.

L’Europa formalmente si è schierata tutta con il governo spagnolo e ha reso la questione “tabù” per paura di creare un precedente, riducendolo ad una questione legale e costituzionale. Questa visione strategica però nega la realtà e rischia di non arginare il problema: le costituzioni non fanno gli Stati, sono gli Stati a fare le costituzioni.

In questo caso, oltretutto abbiamo in gioco anche la Monarchia, dato che la Catalogna si doterebbe di una costituzione democratica. In reazione al nazionalismo catalano se ne sta creando uno speculare spagnolo. Rendere uno Stato un impero è più facile che rendere un impero uno Stato, come è avvenuto alla Spagna, che è appunto il residuo di un impero e ha in sé troppe “Nazioni” che non si riescono a costringere in delle espressioni puramente regionali.

 

Il   ruolo della Germania

La Germania ha investito molto sulla Spagna e lo considera il Paese latino modello, “che funziona”. Se crolla questa immagine è sicuramente un problema anche per i tedeschi.

La Germania sta attraversando una fase in cui si sta trasformando politicamente: ha due forze fuori dall’ “arco costituzionale” che insieme pesano un buon 20% dell’elettorato, la lotta di successione post Merkel è già aperta perché se va bene sarà l’ultimo quadriennio della leader –orm ai storica -tedesca.

La Germania ha inoltre più che mai aperto il “problema Russia”: i due Paesi sono legati dalla questione del gasdotto Nord Stream, il suo raddoppio nel Baltico tocca un tema geopolitico molto delicato che provoca reazioni molto forti nei Paesi che hanno rapporti negativi con la Russia da sempre (ad es. la Polonia). Questo progetto viene presentato come economico e infrastrutturale ma ha anche una valenza strategica che vuole spostare verso est gli equilibri europei, includendo anche la questione dell’immigrazione (alcuni Paesi dell’est sono monoetnici che temono la Russia, poco si fidano della Germania ma mal sopportano anche le imposizioni europee su tematiche come i migranti).

In questo quadro di scomposizione e ricomposizione, la questione catalana è senz’altro un fattore di accelerazione.

Il prossimo appuntamento con Lucio Caracciolo sulla geopolitica è fissato per il 12 febbraio prossimo.