12 febbraio 2018

Europa Musulmana? Miti e realtà della questione migratoria

Lucio Caracciolo, Direttore di Limes ha aperto il ciclo di appuntamenti sulla geopolitica ormai consueta nell’ambito del programma continuativo di webinar Ambrosetti. Il tema affrontato è stato quello del rapporto tra dati e percezione dei fenomeni migratori.

 

Le migrazioni? Un fenomeno strutturale

Partendo dal dato generale, quello di una popolazione europea di circa 700 milioni comprese Russia e Ucraina, salta all’occhio la differenza tra l’età mediana di 45 anni, rispetto a quella dei Paesi migranti, che è inferiore spesso ai 20 anni.

Un esempio emblematico in questo senso è rappresentato dal Paese che registra più approdi in Italia, la Nigeria, dove l’età media è di 17 anni.

Il rapporto più impari però non è tra i 700 milioni europei contro 1 miliardo e 300 milioni africani attuali, ma sulle proiezioni future. Mentre, infatti, noi perderemo circa il 10% di popolazione nei prossimi 30 anni, in Africa nei prossimi 35 si prevede un raddoppio e addirittura una quadruplicazione entro fine secolo.

In Europa ci attestiamo sotto i 2 figli per donna (i livelli di riproduzione minimi di sussistenza), dall’altro lato, nei Paesi di emigrazione si registrano medie di 5-7 figli per donna, a causa soprattutto della condizione femminile, una parabola che si sviluppa e riassume interamente nel ruolo materno.

L’Istat ha comunicato proprio nei giorni scorsi che per la seconda volta consecutiva nella storia d’Italia, la nostra popolazione è diminuita malgrado l’aumento dei migranti.[1]

Sempre meno, sempre più anziani, dunque: non è difficile intuire come sarà dura mantenere il livello di welfare che ci ha distinto nei decenni passati.

 

Oltre i numeri: il problema della percezione

Su 60 milioni e mezzo di italiani abbiamo circa 5 milioni di stranieri: quanti i musulmani (percepiti con maggiore diffidenza)? Le stime vanno dalle più blande di 1 milione e mezzo fino alle più “allarmistiche” che toccano i 2 milioni e mezzo.

La concentrazione di questo numero è un fenomeno soprattutto settentrionale (con la Lombardia in netta prevalenza), come esplicitato graficamente nella cartina a seguire.

 

Il sud è investito solo dall’ondata di sbarco ma poi il 90% cerca di raggiungere famiglie extra confine italiano o, in misura minore, nel nord Italia.

Con il crescere dei flussi migratori in Europa, c’è un tentativo di superare Schengen scaricando sull’Italia, come Paese di approdo, il grosso del problema accoglienza e gestione.

Le potenze maggiori a livello mondiale sono tutte demograficamente più “giovani” dell’Europa (USA, Cina e Russia hanno una popolazione di circa 37-38 anni in media).

La Germania ha un’età mediana di 48, l’Italia di 45. Questo dato rende la misura di quanto possano essere diversi, quando non in aperto conflitto, i mondi di un diciottenne che sbarca e di un cinquantenne autoctono che ambisce a difendere il benessere acquisito.

 

I musulmani in Europa

I musulmani in Europa sono quasi 30 milioni, non una percentuale formidabile: tra i Paesi non toccati dall’influsso dell’impero ottomano troviamo la Francia quasi al 9% e l’Italia al 4,8% .

Premessa necessaria: non esiste alcun censimento che chieda esplicitamente l’appartenenza religiosa ai soggetti in esame. Il calcolo statistico, in modo piuttosto “rozzo”, considera i Paesi a maggioranza netta musulmana come taciti esportatori di soggetti a loro volta mussulmani.

C’è poi da specificare che noi europei tendiamo a considerare gli islamici quasi come un popolo-etnia, un blocco monolitico, mentre la realtà è molto più variegata: non c’è molto in comune tra uno studente pakistano e un dentista egiziano perché hanno storie e idea di islam molto diversa.

 

Scenari di proiezione

 

Scenario di media immigrazione – 2050

In questo scenario in Italia si passerebbe dal 4,8 al 12, 4%, in Francia al 17.4% In Svezia al 20%.

In Paesi dell’est come Polonia, Slovacchia, Romania ecc. non esistono quasi musulmani e non esisteranno probabilmente in futuro perché questi Paesi hanno politiche migratorie molto o clamorosamente restrittive. Paradossale come si constati un rapporto quasi inversamente proporzionale tra la paura e la presenza dei musulmani: ci sono fattori storici e culturali che valgono più dei numeri. Il comportamento della popolazione che riceve i migranti è dettata dalle percezioni, non dal dato reale. Il senso di percezione avvertito è quello di una vera e propria invasione, con numeri immaginari di almeno 4-5 volte quelli effettivi. Questa discrepanza è particolarmente preoccupante perché sono spesso le percezioni ad avere la meglio sui dati, nelle scelte politico-sociali.

 

Scenario di alta immigrazione

In un quadro più spinto, troviamo una Svezia che tocca il 30%, l’Italia il 14,1% la Francia il 18%.

Secondo il prof. Caracciolo, questo scenario è improbabile perché ci sarà una tendenza di riduzione della fecondità nei Paesi d’origine e contestualmente le diaspore tendono ad assumere abbastanza velocemente le abitudini locali anche in termini di riproduzione.

Irrealistico perché?

La tendenza politica e culturale dei prossimi anni tenderà ad alzare le barriere e verso i musulmani determinerà una progressiva prudenza nella ricezione dei migranti.

Già in Italia nel 2017, per la prima volta si è passati da 181.000 a 119.000 unità.

Perché? C’è in azione il cosiddetto “metodo Minniti”: un rafforzamento della marina libica ma soprattutto una trattativa informale e segreta con i capo tribù avvenuta la scorsa estate a Roma.

Non ci si illuda, però, questo è lungi dall’essere un dato permanente: un simile genere di rapporti tende ad essere più di “affitto” che di acquisizione a lungo termine. Per molti dei soggetti coinvolti, inoltre, i traffici di uomini sono l’unica forma di sussistenza.

I flussi da Turchia e Grecia sono stati chiusi da Merkel ed Erdogan, mentre il fronte marocchino, tramite accordi, ha adottato misure drastiche che hanno ridotto anche questa rotta.

Il Niger rappresenta una parte dell’“impero francese” in Nord Africa: è stato investito da migliaia di soldati americani (in incognito), francesi e tedeschi e la novità è che abbiamo deciso di inviare quasi 400 soldati italiani per cercare di controllare minimamente i confini “porosi” con la Libia. È la prima volta, dalla fine della guerra fredda, in cui mandiamo nostri soldati per interessi di natura interna anziché per fedeltà agli americani.

Schengen, a suo tempo, era stato presentato come un’apertura dei confini interni. Non si evidenziava, però, come questo trattato, sommato al regolamento di Dublino, ha reso l’Italia di fatto un Paese cruciale perchè designato come quello di prima accoglienza. Un effetto di “scarico” del problema da vicini spesso riluttanti all’asilo come Francia e Austria.

Con la pressione dell’opinione pubblica che monta, si prospetta sempre più il superamento di Schengen come definitivamente consumato.

Quali i motivi della pressione?

In primis, i fattori storici e identitari, a cui si è sommato il fenomeno degli attentati terroristici che, essendo sempre di attualità, pesa molto. Anche qui la percezione è molto diversa dai dati: il 99% degli attentati è stata extraeuropea, il 94% nella regione del Grande Medioriente.

Ogni Paese ha adottato uno schema differente in tema immigrazione.

In Gran Bretagna prevale lo schema multiculturale, di “vite parallele”. Ognuno vive nei propri ghetti, una sorta di “Apartheid light”.

Il modello dell’assimilazione (americano) può funzionare in presenza di un’idea forte del proprio Paese come gli americani, e con degli oceani di mezzo, non lo stretto di Sicilia.

La Francia vuole “francesizzare” i suoi immigrati e in parte ci è riuscita, basti pensare che il 15% delle forze militari sono musulmane, siamo in presenza di una ha una certa forza di integrazione.

L’Italia ha un profilo istituzionale e identitario più labile. Ogni zona adotta strategie unilaterali: un modello peculiare è quello napoletano, l’incontro tra immigrato e nativo è sostanzialmente pacifica e spontanea, soprattutto per non destabilizzare equilibri interni sotto il controllo anche della criminalità organizzata locale.

Quali scenari si prospettano verosimilmente in Italia? I governi hanno evitato indistintamente e volutamente scelte che sarebbero recepite come impopolari, in un senso o nell’altro, preferendo una linea di passività che è poco lungimirante e potenzialmente rischiosa. Sarà molto improbabile assistere in un futuro prossimo ad uno stravolgimento di questa linea.

 

Il prossimo appuntamento con il Prof. Caracciolo è fissato per il 7 maggio.

 

 


[1] fonte . Per un approfondimento si rimanda alla presentazione dei Rapporti Istat sempre in ambito programma webinar live.