07 maggio 2018

L’Italia nella crisi europea

Nell’appuntamento trimestrale con il Prof. Caracciolo, è stato messo al centro dell’intervento e del dibattito il nostro Paese, sempre più al cuore di uno scenario di crisi europea.

Il tema è di strettissima attualità: si è partiti, infatti, dalla carta dell’Italia (o delle “due Italie”) uscita dalle elezioni e che riflette l’idea dei confini che aveva pensato originariamente Cavour prima della spedizione dei Mille (da cui poi fu invece annessa anche la parte “gialla”, attualmente quella che ha votato in massa il Movimento 5 Stelle).

L’Italia è ora un’entità spaccata a livello elettorale e si presenta come l’unica democrazia occidentale in cui non sono presenti al Governo veri e propri partiti (con la parziale eccezione della Lega).

Questo voto restituisce più del 50% dell’elettorato stabilizzato su posizioni euroscettiche e ha segnalato un Paese che storicamente è sempre stato europeista (forse anche in forme ingenue) e che ora è passato ad una fase di forte critica.

Il quadro più ampio si allarga poi su fatti a cui l’Europa partecipa di riflesso (basti pensare alla sfida a Cina e Russia degli USA che investe anche l’Unione Europea, la Germania in particolare).

Tutto questo fermento generale sta provocando la corsa al riarmo anche di Paesi che non vivono attualmente situazioni di guerra, ma che la paventano.

 

Le quattro crisi

Possiamo riassumere lo scenario in 4 crisi:

  • La crisi interna alla EU

  • La crisi migratoria da sud

  • Il rapporto critico con la Russia che sta dividendo i Paesi europei

  • La crisi del rapporto con gli USA.

     

L’Italia assume dunque, un ruolo suo malgrado strategico, perché posizionata al confine tra il mondo “dell’ordine” e “caoslandia”.

 

Problemi strutturali italiani: il calo demografico

Uno dei più grandi problemi a cui assistiamo ormai da decenni in Italia ma che sta vivendo la sua fase acuta di recente, è l’impressionante calo demografico. Nel 2015 per la prima volta la popolazione italiana è diminuita, malgrado l’apporto numerico dato dall’immigrazione: non accadeva dall’unità d’Italia.

Le proiezioni segnalano un calo del 14,4% della popolazione in età di lavoro e un aumento significativo di quella 65+ : non è difficile prefigurare aggravi e squilibri di bilancio, così come tensioni di carattere sociale e ricaduta negativa sulla qualità della vita. Assisteremo, poi, ad un progressivo spopolamento dell’Italia meridionale che perderà un terzo della popolazione in età da lavoro per la metà del secolo. Una demografia insostenibile che rallenta la crescita della produttività italiana in modo strutturale.

I fattori del contenuto rialzo post 2008 sono invece più legati ad un traino esterno come le politiche della BCE e un contesto globale favorevole ma non c’è stato un cambiamento interno come le riforme che ci permetterebbero di guadagnare una competitività più stabile.

È vero, infatti, che siamo la terza economia europea e la seconda manifattura: il settore manifatturiero, però, con la digitalizzazione entrerà in un clima di maggiori difficoltà espansive. Le corse alle innovazioni tecnologiche in cui siamo indietro (escludendo eccellenze come la robotica, che vanno incentivate e coltivate e che permettono di sopperire parzialmente al problema demografico), contribuiscono a spostare l’asset dai beni ai servizi immateriali.

L’esempio del Giappone, in una situazione molto simile a livello economico e demografico all’Italia, la dice lunga: questo Paese punta infatti all’intelligenza artificiale in cui è leader mondiale, per le stesse motivazioni per le quali risulta una risorsa preziosa per noi.

 

L’Italia rispetto all’Europa

L’elemento più importante da considerare è la condizione critica della Germania, che ha perso a livello geopolitico tre Paesi “amici”:

  • la Gran Bretagna

La Brexit è stata determinata in buona parte dalla paura dell’immigrazione, scatenata anche dalla decisione unilaterale della Merkel nel 2015 quando aprì i confini tedeschi ai profughi mediorientali. La stessa Merkel, travolta da questa mossa improvvida, ha dovuto correre ai ripari, promettendo 6 miliardi alla Turchia perché bloccasse il flusso. Al presente la Turchia ha una capacità di ricatto verso l’Europa formidabile perché se dovesse rilasciare 3.3 milioni di profughi, le conseguenze disastrose sono facilmente immaginabili. La Germania, ha inoltre investito in modo massiccio sulla formazione e integrazione del proprio flusso migratorio, aspetto totalmente assente in Italia, dove i migranti dopo essere stati “salvati”, sono lasciati allo sbando.

  • La Polonia

Al governo c’è un partito particolarmente “germanofobo”, questo Paese incide particolarmente a livello strategico sulla questione russa. Recentemente la Merkel ha dovuto fare un passo indietro sul grande progetto del raddoppio del Nordstream che -se realizzato- donerebbe alla Germania uno status di hub energetica notevole: potremmo dover acquistare il gas dai tedeschi a prezzi tedeschi.

Il deficit prodotto nei Paesi partner dal surplus dell’8% tedesco renderà sempre più difficile trovare mercati disponibili ad assorbire questo surplus commerciale.

Alcuni economisti tedeschi autorevoli hanno discusso della possibilità di slegarsi dall’Euro senza uscire dall’Unione Europea: questa tematica messa sul tavolo in un simile frangente segnala un clima e ventila un’ipotesi in cui sarebbe più facile per la Germania tornare al marco o mettere insieme un gruppo di Paesi del nord integrati al sistema tedesco.

Il ciclo politico della Merkel è poi al tramonto: la cancelliera si è trovata con 90 parlamentari di estrema destra, prima volta dal 1945 in particolare pensando alla ex Germania dell’est. Anche la Baviera sta crescendo a livello politico-elettorale: occupa il ministero “per la Patria” e ha annunciato politiche drastiche sul fronte migratorio. Questa stretta creerà a cascata problemi seri per l’Italia che vedrà le frontiere alpine sempre più chiuse e il peso del flusso migratorio ricadrà ancora più su di noi. Sarà necessario, finalmente, porsi la questione della qualità dell’immigrazione. In Germania la legislazione permette di selezionare il flusso, da noi obbliga alla clandestinità.

Particolarmente drammatico è notare come l’Italia perde 100.000 giovani all’anno per la cui istruzione si sono investite risorse, mentre contestualmente importa elementi di forza lavoro di bassa qualifica quando non criminale. Questo meccanismo determina evidentemente un indebolimento complessivo del nostro sistema Paese.

  • La Francia

Molti si sono illusi che l’elezione di Macron potesse rappresentare una nuova spinta propulsiva per l’Unione Europea, mentre nei fatti il neopresidente pensa all’Europa come una Francia più ampia. Quando Macron propone qualcosa sulla linea seppur vaga di maggior integrazione politica in Europa, la Merkel declina tutto perché sa bene che lo pagherebbe dal punto di vista elettorale e di consenso interno. Macron sta perdendo considerazione interna e sta suscitando opposizione alle riforme strutturali sul fronte del lavoro salariato e le burocrazie. Anche in Francia, in Corsica, ha vinto una formazione di indipendentisti segnalando problemi geopolitici non indifferenti che frenano le ambizioni di grandeur francese.